Cristina Strata

Cristina Strata

“Quando ho sfiorato la manina di Clara sono stata colpita dalla forza del sentimento di amore che la circonda e la tiene in vita. Ne ho sentito la potenza in quella cura quotidiana che non prevede stanchezza né approssimazione”

Quando Clara è arrivata in Casa Vidas per un ricovero di sollievo, il padre si è trattenuto in hospice giorno e notte per 3 settimane per istruire il personale su tutte le manovre necessarie alla cura della figlia e sulla gestione di tutti i complicati macchinari che la tengono vita.

Durante quel periodo non ho mai avuto occasione di incontrare lui, né di entrare nella stanza dove Clara, di cui si parlava molto nei briefing del mattino, era ricoverata.

Dopo tre settimane la mamma di Clara ha consegnato alla caposala 21 corredini – pantaloncini, maglietta golfino, calzini – uno per ogni giorno di ricovero, e tutta la famiglia è partita.

Ero curiosa di vedere la bimba, ma una sorta di pudore mi impediva di entrare nella sua camera, non avendo nulla da farvi se non, appunto, guardarla.

Temevo di essere un voyeur, e che una situazione così dolorosa, una vita così mutila, così simile a una non vita meritassero il più rigoroso rispetto.

Ripensandoci ora, mi stupisco del mio scrupolo, perché ero già abituata a entrare con rispetto nelle stanze dei pazienti senza avervi nulla da fare, se non sostare in silenzio ai piedi del letto o tenere una mano ossuta per trasmettere un qualche calore e vicinanza.

Ma con Clara era diverso, il rischio di entrare in quel mondo fragile mi tratteneva sempre sulla soglia: avrei avuto paura anche solo di sfiorarle la mano o di toccarle un piedino.

Durante un incontro di gruppo con lo psicologo, una collega volontaria ha parlato di come lei entrasse tranquillamente nella stanza di Clara, le prendesse la mano, gliela accarezzasse e, concentrata, cercasse e credesse di trasmetterle un po’ di energia vitale. La sua esperienza mi ha molto colpita, mi ha fatto dubitare del mio pudore e mi ha offerto una chiave di partecipazione possibile anche a quella situazione.

Così ho varcato la soglia di quella camera e anche di qualcosa dentro di me: Clara è una bambola di pezza, rotonda, rosa, calda, profumata, cieca, insensibile, immobile, priva di parola, di udito, e forse di coscienza. Le ho sfiorato la manina e sono stata colpita, del tutto inaspettatamente, dalla forza del sentimento di amore che la circonda e che la tiene in vita.

Ne ho sentito la vastità e la potenza, come una rivelazione, in quei 21 completini, in quella cura incessante, quotidiana, che non prevede stanchezza né approssimazione.

 

La presente testimonianza è un estratto raccolto in conversazione con la nostra volontaria Cristina Strata.